Era un topolino che viveva in un campo di grano ed era felice con poco: qualche chicco maturo caduto per terra, una falce di luna a cullarlo nel sonno.
O forse era un bambino, una bambina più probabilmente, con i denti davanti molto grandi e distanti, che non aveva più voglia di andare a scuola perchè sentiva l'estate bussarle sulla pelle, e così se ne scappava nei campi e correva, correva, con le trecce spiegate nel sole, finchè non le mancava il respiro, allora si lasciava cadere a pancia in giù sul prato, e soffiava sui fili d'erba, e faceva il solletico alle formiche.
Forse era una donna, che faceva quelle stesse identiche cose, perchè non si sa per quale meravigliosa ragione proprio non era riuscita a non restare bambina, e così non aveva mai voglia di andare dove doveva andare, nè di fare quel che doveva fare, e finiva che era sempre altrove, intenta ad altro, e tutti le dicevano che era ora di crescere, ma lei scuoteva il capo, alzava le spalle, alle volte faceva pure marameo con le mani davanti al naso, e se ne rideva via.
O forse era un papavero, che palpitava ogni volta che il vento faceva frusciare le spighe e si divertiva a fantasticare sulla forma delle nuvole: passava tutto il tempo con il naso all'insù nel cielo, poteva permetterselo perchè era tanto rosso, così rosso che se anche qualcuno lo coglieva in fallo e lo rimproverava di essere un sognatore, il colore delle sue guance non subiva sensibili variazioni, e lui appariva sempre impassibile, tutto delicato e acceso, lontano mille miglia tanto dall'orgoglio quanto dalla vergogna.
O forse ancora era il profumo delle sere d'estate, forse tiglio, forse gelsomino, forse quel misto di tutte le essenze di tutti i petali di tutti i fiori che si sprigiona al termine di un giorno di calura e fa sentire, ad inspirarlo e a perdercisi, così pieni di vita da spandere ancora.
Forse ero io, eri tu, eravamo noi, tutte le cose, per cominciare.
Stanotte c'era una lucciola sola sotto la pioggia. Mentre voi discutevate di committenza, di committente, io ero la lucciola, io ero la pioggia, ad intermittenza, semplicemente.
Ha atteso che fiorissero gli iris, che la pioggia li piegasse, poi ha atteso che la pioggia finisse.
Ha atteso che il tempo attutisse il dolore, che la ferita si rimarginasse, che dentro maturasse un sorriso.
Ha atteso una partenza, un arrivo, un incontro, un ritorno. Ha atteso un sì, un'occasione, una mano.
Ha atteso il momento giusto.
Ha vissuto attendendo. O forse ha atteso di vivere.
La farfalla gialla non ha tempo da perdere. "Vieni" mi dice.
Io vorrei sentirmi pronta, vorrei prendere tutto, vorrei non avere paura. Lei batte le ali, ribatte: "Adesso".
Tutt'attorno c'è un mondo da cogliere al volo. "Seguimi, sbrigati" incalza.
La farfalla gialla arriva ogni anno puntuale, ancora prima della primavera: le basta un raggio di sole più tiepido. Non è mai la stessa. Nemmeno io.
Avrà i capelli solo un poco più chiari, perchè è così che le fa il sole. Una manciata di lentiggini sul naso, la pelle abbronzata.
Le diranno che quattro o cinque chili in più le starebbero bene, lei penserà a tutta quella cioccolata nascosta nel cassetto, le sfuggirà un sorriso.
Le chiederanno di ritagliare un quadrato di carta, dieci centimetri e mezzo per lato, e faticherà, lì per lì, lei così propensa al tondo, ma alla fine ci troverà della poesia.
Le domanderanno che cosa intende, non saprà cosa rispondere. Lei che annega così spesso nello sguardo degli altri, e guarda, guarda, anche senza capire, finchè non le sfuggono parole dalla bocca, poche, incomprensibili, da sibilla cieca, da restarne stupita per prima.
Lei conta le pecore, ma non per dormire: lei conta per tenersi viva. Cerca di azzeccarne il numero, come fosse accarezzarne la pelle, come fosse cogliersi, passando, in un'altra dimensione.
Porta al pascolo un sogno, ogni giorno. Lei si fa piccola, mentre il sogno zitto zitto cresce. Fino a che un giorno l'erba non si fa troppo amara.
Ha annusato tanto bianco, nella sua vita, e adesso vede nero, confonde la lana e le nuvole.
Lei legge le frasi disegnate dagli aerei in cielo. C'è un azzurro sempre più denso. Si fa leggera. Tanto che un giorno il suo sogno la porta via.
Nel romanzo che non ho scritto io non ero la protagonista.
Vivevo a Venezia, ma anche ci morivo. Avevo molti amanti, come si addice alla laguna: quelli disfavano il mondo in quaranta giorni e in quaranta notti lo ricostruivano, io dormivo abbracciata a un piccolo amore.
Indossavo sempre una maschera, per sembrare impassibile, e un cappello nero, per restare nell'ombra, però di nascosto c'erano lacrime e certi guizzi negli occhi, perchè il cuore scoppiava.
Passavo il tempo tra seta e spezie, a sognare l'oriente. E il tempo passava silenzioso, come l'acqua nei canali. La speranza annegava e mica passava.
Finchè un giorno arrivò nella nebbia un mercante, in testa un turbante azzurro, vele d'oro negli occhi, che mi chiese il mio prezzo. "Costo nulla, come l'aria" risposi, così non mi comprò. Mi chiusi in un baule insieme ai miei innumerevoli diari, lui mi caricò sulla nave e un'alba salpammo, senza un saluto.
Il mare era mosso, ma io non lo vidi: io nel viaggio leggevo, leggevo e rileggevo, sobbalzavo soltanto ai pensieri.
All'arrivo era Istambul dalle mille moschee e da lì ai camini di fata della Cappadocia il passo fu breve. Così tanto avevo letto e sognato che tanto sapevo. Così presi in una grotta a raccontare la vita e l'eco della valle come fumo la diffondeva.
Raccontai la mia vita molte volte, molte volte, finchè, alla fine, forse vissi davvero.
Il romanzo parlava di un flutto del Gange che un giorno sognò di essere donna.
Lui tiene la mano a un vecchio che muore, come ha fatto con suo padre. E' il suo lavoro, la scelta che ha fatto.
Lei tiene la mano a un bambino che dorme, come ha fatto sua madre con lei. E' suo figlio, la vita che ha fatto.
Era una rosa rossa che attendeva di essere regalata per San Valentino. Una rosa che si guardava attorno curiosa tra i tanti mazzi di fiori di un negozio elegante, nel centro di una bella città, solo un po' troppo fredda. Una rosa che spiava malinconica al di là della vetrina, sotto i portici, il passaggio sempre uguale, sempre diverso della gente. Una rosa che ondeggiava indispettita tra le mani di un uomo che anche quel giorno andava di fretta, doveva, credeva, sebbene avesse un amore.
Era una rosa che veniva da molto lontano: era cresciuta tra migliaia di altre rose in una piantagione immensa, sulle sponde di un lago di nome Naivasha. Era una rosa che aveva volato, dal Kenia all'Olanda e dall'Olanda all'Italia, per un innamorato, per un'innamorata.
Era una rosa rossa molto poco fiera di sè, nonostante il suo compito nobile e la sua indubbia bellezza, perchè l'unica cosa che avrebbe voluto, in realtà, era fermarsi a raccontare una storia: la sua, quella della sua gente.
Era una rosa che sapeva di migliaia di donne costrette a lavorare nelle serre per quindici euro al mese, stipate in baracche e roulottes, in condizioni disumane. Sapeva di un lago che lentamente si prosciugava per irrigare milioni di fiori, in una terra in cui l'uomo pativa la sete. Sapeva di centinaia di casi di cecità, sterilità, malattie della pelle, per i pesticidi scaricati nell'acqua, nei campi. Sapeva di scontri tra etnie, persone costrette dalla violenza a lasciare le proprie case: seicentomila sfollati, trecento campi profughi, almeno.
Era una rosa che quel giorno si fermò tra le mani di una donna straniera e si mise a parlare sottovoce. Parlava, parlava, quella lingua delicata e pungente che è soltanto di alcuni fiori, di alcune donne. E parlava tanto bene che si fece sentire.
Era una rosa davvero troppo cara. Una rosa che parlava d'amore, a suo modo, nel mio.
Sono già stata altrove, negli abissi, nel deserto. Ho sfiorato la balena, l'elefante, altre vite senza parole, come la mia.
Chiudo gli occhi e sento la voce del ghepardo, della sabbia. Senza vocali nè consonanti.
Ricomincio da qui, dai miei passi. Perchè tutto torna, specie il tempo di partire.

Gregory Colbert ("Ashes and Snow")







